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Modello #18 – Il modello di Kübler-Ross per l’elaborazione del Dolore

Modello #18 – Il modello di Kübler-Ross per l’elaborazione del Dolore

Elisabeth Kübler-Ross è stata una psichiatra svizzera e uno dei più noti esponenti dei death studies. Dopo gli studi in Svizzera, si è trasferita negli USA dove ha lavorato per molti anni presso l’Ospedale Billings di Chicago. Dalle sue esperienze con i malati terminali ha tratto il libro La morte e il morire (1969) da cui abbiamo tratto il modello.

Perchè ne parlo:

L’argomento è molto delicato, ma più lo guardo più vedo come questo modello possa essere utilizzato per moltissime azioni umani, non solo quelle tragiche come la dipartita.

Come si potrebbe applicare questo modello a:

  • Perdita del lavoro
  • Pandemie
  • Fallimenti aziendali
  • Scelte in un’ottica Lean.

Se il mantra è “sbaglia tanto ma sbaglia in fretta”, più velocemente siamo in grado di superare la fase su cui rimuginiamo sui nostri errori meglio è. Questo modello quindi si può applicare bene anche a seguito delle nostre scelte, che magari hanno avuto un impatto nella nostra azienda.

Il modello di Kübler-Ross per l’elaborazione dell’elaborazione del Dolore

il modello originale è in 5 fasi; successivamente in ambito clinico hanno separato alcune fasi per arrivare a sette. Dato che il nostro scopo NON è la terapia (ci sono dei professionisti per questo) ma il miglioramento dei modelli di pensiero, lascio il modello originale in 5 fasi, riporto degli esempi e lascio al lettore la possibilità di generalizzare.

Le 5 Fasi del modello di Kübler-Ross

  1. Diniego (denial and isolation),
  2. Rabbia (anger),
  3. Contrattazione (bargaining),
  4. Depressione (depression),
  5. Accettazione (acceptance)

fase 0  – Shock

La fase zero inizia nel momento in cui ci viene data una notizia sconvolgente che riguarda noi o le persone che amiamo. A seguito di cattive notizie, facciamo fatica a dare un senso a ciò che abbiamo appena appreso ed entriamo in stato di shock. La vita come la conoscevamo una volta cambia drasticamente in un solo  istante, ed è comune in questa fase chiedersi come andrà da questo momento in poi.

fase 1  – Diniego

In questa fase iniziamo a negare quello che è successo e diventiamo insensibili. Se ci è stata diagnosticata una malattia terminale, potremmo credere che la notizia sia errata – ci deve essere stato un errore in laboratorio – hanno confuso il nostro esame del sangue con quello di qualcun altro. Se riceviamo notizie sulla morte di una persona cara, ci aggrappiamo alla falsa speranza che abbiano identificato la persona sbagliata.

Nella fase di negazione, non stiamo vivendo nella “realtà reale”, ma in una realtà “preferibile”. È interessante notare che le fasi di negazione e shock sono quelle che ci aiutano ad affrontare e sopravvivere al dolore. Invece di essere completamente sopraffatti dal dolore, lo neghiamo, non lo accettiamo e scaglioniamo il suo pieno impatto su di noi. Possiamo pensarlo come un meccanismo di difesa naturale del corpo. Una volta che la negazione e lo shock iniziano a svanire, inizia il processo di guarigione. A questo punto, i sentimenti che stavamo sopprimendo iniziano ad emergere.

fase 2  – Rabbia

Quando riconosciamo che la negazione non può continuare, ci sentiamo frustrati, specialmente rispetto alle persone vicine. Questo è il momento in cui ci ritroviamo a pensare “perché io?” e “la vita non è giusta!”. Potremmo persino cercare di incolpare gli altri e indirizzare la nostra rabbia verso amici e parenti. Troviamo incomprensibile come una cosa del genere possa accaderci davvero. Se siamo credenti, potremmo iniziare a mettere in discussione la nostra fede in Dio.

I ricercatori e i professionisti della salute mentale concordano sul fatto che questa rabbia è una fase necessaria del dolore. Non è salutare sopprimere i sentimenti di rabbia, è una risposta naturale. Nella vita di tutti i giorni ci viene detto di controllare la nostra rabbia verso le situazioni e verso gli altri. Quando si verifica un evento doloroso invece, ci sentiamo disconnessi dalla realtà. La nostra vita è andata in frantumi e non c’è nulla di solido a cui aggrapparci. Dobbiamo pensare alla rabbia come a quella forza che ci lega alla realtà. Direzionare la rabbia verso qualcosa o qualcuno è ciò che potrebbe ricondurci alla realtà e ricollegarci alle persone.

fase 3  – Contrattazione

La terza fase implica la speranza di poter evitare la causa del nostro dolore. Ad esempio, ci convinciamo di poter contrattare una vita più lunga offrendo in cambio di uno stile di vita nuovo e più sano. In un certo senso, questa fase è falsa speranza.

Crediamo, sbagliando, di poter evitare il dolore attraverso una negoziazione. “Se questa cosa cambia, io cambierò quest’altra”. Cerchiamo disperatamente di riportare la nostra vita a com’era prima, tanto che siamo disposti a fare grandi cambiamenti per tornare alla normalità.

Il senso di colpa è un tratto caratteristico della contrattazione. Questo succede quando subiamo all’infinito la frase “E se?”. “E se avessi lasciato la casa 5 minuti prima? l’incidente non sarebbe mai accaduto”. “E se lo avessi incoraggiato ad andare dal dottore sei mesi fa, come avevo pensato per la prima volta? il cancro avrebbe potuto essere trovato prima e avrebbe potuto essere salvato”.

fase 4  – Depressione

“Sono così triste, che senso ha preoccuparmi di qualcosa?”; “Morirò presto, quindi qual è il punto?”; “Mi manca la persona amata; perché dovrei andare avanti?”

Durante la quarta fase, ci disperiamo al riconoscimento della nostra mortalità. In questo stato rimaniamo in silenzio, mandiamo via chi ci viene a trovare e trascorriamo gran parte del tempo tristi e soli. La depressione è una forma comunemente accettata di dolore. In effetti, la maggior parte delle persone associa immediatamente la depressione al dolore, poiché si tratta di un’emozione “presente”. Rappresenta il vuoto che sentiamo quando viviamo nella realtà e ci rendiamo conto che la persona o la situazione è andata o finita. In questa fase, potremmo abbandonare la vita sociale, sentirci insensibili, vivere nella confusione e non volerci alzare dal letto. Il mondo potrebbe sembrare troppo travolgente per noi da affrontare. Non vogliamo stare con gli altri, non abbiamo voglia di parlare e proviamo sentimenti di disperazione. Potremmo anche sperimentare pensieri suicidi – pensando “che senso ha andare avanti?”

fase 5  – Accettazione

“Andrà tutto bene.”; “Non posso combatterlo; potrei anche prepararmi.”

L’ultima fase del dolore identificata da Kübler-Ross è l’accettazione.

In questa fase, le nostre emozioni potrebbero iniziare a stabilizzarsi. Torniamo alla realtà. Veniamo a patti con il fatto che la “nuova” realtà è diversa, non è una cosa “buona”, ma possiamo conviverci. È sicuramente un momento di adattamento e riaggiustamento. Ci sono giorni buoni, ci sono giorni cattivi e poi ci sono giorni buoni di nuovo. In questa fase i giorni buoni tendono a superare i giorni cattivi. Ricominciamo a interagire con gli amici e potremmo persino stringere nuove relazioni col passare del tempo. Ci muoviamo, cresciamo e ci evolviamo nella nostra nuova realtà.

I miei commenti al modello di Kübler-Ross

Come ogni modello NON è perfetto, ma come ogni modello ben fatto è applicabile a diversi ambiti…

una delle pecche più grandi è il fatto che non sia sequenziale: almeno nella sua applicazione terapeutica una persona può ciclare tra le fasi senza risolverlo.

Nel nostro caso, dato l’impatto emotivo molto minore probabilmente questo baco nel modello è abbastanza piccolo da poterlo non cosiderare.

 

preso da qz (https://qz.com/832951/the-stages-of-grief-in-one-chart/ )
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